L’App “IMMUNI” metterà davvero a rischio la nostra privacy? Installandola si saprà tutto di noi?

26/04/2020


di Stefano Biffi

L’ormai famosa App “IMMUNI” è l’applicazione per smartphone Apple e Android che è stata selezionata per cercare di “tracciare” il contagio COVID o, in altre parole, per capire se si è stati in prossimità di una persona che ha contratto il virus o è risultata positiva al test.



Se devo dire la mia in maniera spassionata, l’idea pare ottima nel complesso. Esaminando il mio personale caso, sono in giro per lavoro tutto il giorno e se l’App mi avvisa che posso essere stato in contatto con un positivo, può solo che servirmi come monito ed essendo conscio della situazione posso preservare i miei cari dal contagio immediatamente! 




Tuttavia, l’unica cosa che ho letto nei post sui social (e poi apriremo una parentesi riguardo ai social) da moltissimi utenti, amici o follower, è il grido allo scandalo:”e la privacy?”, “Non farò mai sapere dove sono stato”, “non serve alla salute ma solo a rovinare la gente”, e chi più ne ha più ne metta. Ma vi siete posti la domanda più corretta? Ovvero: come funziona esattamente? Non credo!




IMMUNI come funziona? Che tecnologia sfrutta?

In questo specifico caso hanno sviluppato ed utilizzato il caro e vecchio Bluetooth, ovvero uno dei più vecchi protocolli di scambio dati radio a bordo di qualsiasi smartphone, funzionante solo se a pochi metri di distanza. 

Lede veramente la Privacy e dobbiamo preoccuparci?

Sinceramente è una delle prime volte che trovo un’App che ragiona in maniera anonima! Sì, avete capito bene! Proprio per poter andar in contro ad Apple e Google, i quali impongono regole estremamente rigide in ambito di Privacy, i creatori dell’App hanno deciso di adottare una metodologia che non manda costantemente dati di tracciamento ai server (diversamente da social e programmi di messaggistica), ma solo quando necessario (ovvero quando ci sono o ci possono essere contagi). Quindi la panoramica inizia a cambiare.

Ogni smartphone con l’App installata crea un codice univoco per ogni persona, che non è associato a nome, cognome, e-mail o numero telefonico, bensì è anonimo. Questo codice viene inviato tramite Bluetooth anonimamente agli altri smartphone, e se qualcuno tra questi codici risulta essere positivo, l’operatore sanitario segnalerà il paziente. Solo in quel momento i dati saranno caricati su un server centralizzato in cloud.

Questo server manda a tutti gli smartphone i codici identificativi anonimi raccolti dal paziente e l’App verifica se tra tutto questo marasma è presente anche il proprio, generato all’inizio.



Qualora fosse presente, significa che siete stati a contatto con una persona infetta e quindi l’App vi avvisa del contatto; molto probabilmente arriveranno delle istruzioni o dei suggerimenti (a quanto pare non è ancora stato deciso).

Tornando quindi al focus del problema, mi fanno sorridere coloro che gridano allo scandalo e alla “lesione della privacy” sui canali social.

Vi siete mai chiesti, quando aprite un profilo social o quando vi iscrivete ad un programma di messaggistica, cosa c’è scritto in quel banner che dovete flaggare con scritto “AUTORIZZA” per poter utilizzare l’App?

Avete fatto caso che non appena installate l’App social o di messaggi, lo smartphone tra le varie autorizzazioni vi chiede “consenti di accedere a servizi di localizzazione” o alla rubrica, o ad altri servizi?



E, per concludere, dovete essere consapevoli che mentre scrivete sui social che l’App IMMUNI “lede la privacy”, state utilizzando Whatsapp (di Facebook) per scrivere tutto il giorno, Instagram (sempre di Facebook) per creare stories che filmano cosa state mangiando o dove state andando, Alexa (Amazon) per accendere le luci e comandare dispositivi vari, Siri (Apple) per scrivere messaggi o altro. Permettete, a vostra “insaputa”, di far raccogliere una quantità ingente di dati, di preferenze, di geolocalizzazioni che l’App IMMUNI, nonostante la buona volontà degli sviluppatori, non potrebbe raccogliere nemmeno in 10 vite.